E' una storia vera, ma così vecchia che raccontandola non dò fastidio a nessuno e, naturalmente, ho cambiato i nomi...
La villa delle signorine Giussani
La bisnonna Emma aveva frequentato il collegio delle Orsoline. Felice di essere sfuggita all’atmosfera pesante di casa era rifiorita. Studiava, leggeva, ricamava, giocava. Si era fatta delle amiche!
Le sue migliori amiche erano due ragazzine di una ricca famiglia di Milano: le signorine Giussani. Erano due ragazze molto allegre, anche se un pochino strane, sempre una riga sopra al normale. O troppo allegre o troppo tristi.. Ma alla nonna, abituata a sua mamma ed a suo fratello, la cosa non disturbava. Per lei erano esotiche, affascinanti. Le raccontavano di Milano, delle luci, dei teatri, dei balli. Alla nonna sembravano fiabe e si divertiva moltissimo.
Erano, le due sorelle, sotto la tutela del fratello maggiore, figlio di primo letto del padre, un ingegnere che lavorava lontano, forse addirittura all’estero.
Si diceva al collegio che la loro madre, una donna bellissima, avesse fatto girare la testa al marito, uomo molto ricco, serio e posato, rimasto vedovo giovane con un bambino piccolo. L’uomo non aveva avuto pace finché non l’aveva sposata. Avevano vissuto felici per alcuni anni. Era una ragazza gentile e affettuosa con il figliastro. Aveva dato al marito una prima figlia, Clotilde, ma poi si era immalinconita e alla seconda gravidanza era impazzita. Sul come fosse impazzita e cosa avesse fatto, vigeva l’oscurità più assoluta. Anche sul perché le due ragazze fossero state messe in collegio a Verona, dove nessuno le conosceva e non avevano nessuno e non a Milano si fantasticava…
Passò felicemente qualche anno. Nonna venne richiamata a casa dal collegio quando cominciò ad insistere che voleva farsi monaca ed entrare nell’ordine delle Orsoline e non vide più le sue amiche. Però si scrivevano spesso e così l’amicizia continuava. Alla fine degli studi le due sorelle erano rientrate a Milano e lì avevano ripreso la vecchia vita.
La nonna si sposò ed invitò le amiche al suo matrimonio. Rispose la più grande, dicendo che la sorella stava male e, pur estremamente spiacente, non se la sentiva di lasciarla sola per andare al matrimonio. La nonna approvò, capiva la gentilezza d’animo e il senso di responsabilità di Clotilde. Ma era impensierita. Sentiva, sapeva, che c’era più di quanto le era stato detto. Anche nell’agitazione del suo cambiamento di vita, il pensiero di Clotilde e Amelia non la lasciava tranquilla. Ne parlò con il giovane marito.
Che per farla felice partì alla volta di Milano.
Tornò un poco teso. Non sapeva cosa fare ma alla fine risolse di dire ad Emma la verità. D’altra parte era quasi impossibile non dirle la verità. Lei sapeva sempre quando le si mentiva...
Emma, ecco, Amelia è malata, ma ha un male strano. Ha paura di morire e passa la giornata a pulire la casa, i mobili, i muri…insomma, a pulire tutto con l’acool per disinfettare. E, ecco, come ti posso dire. Sta nuda, proprio nuda sempre perché dice che i vestiti raccolgono i microbi. Non vuole più vedere nessuno, solo Clotilde, perché la gente potrebbe infettarla. E anche Clotilde prima di entrare nelle stanze di Amelia deve passarsi tutta con l’alcool, anche i vestiti...
La povera Clotilde non usciva più di casa perché temeva un gesto inconsulto della sorella. E poi non si fidava della servitù.
Il fratello non sapeva che fare. Lui non era spesso a Milano, per via del lavoro e non era mai tranquillo, temeva sempre che potesse succedere qualche cosa. Qualsiasi cosa.
La nonna non fece una piega. Una tutta chiesa come lei, sempre vissuta tra quattro pareti, ci si sarebbe aspettato che desse in escandescenze. E invece chiese al marito. Possiamo aiutarli?
Il nonno Piero disse si, penso di si. Ho proposto all’ingegnere di comperare quella villa su in collina. La servitù la troviamo noi, io gli seguo i lavori di ripristino della casa e ci prendiamo cura delle due ragazze noi.
Qui non saranno sole.
Ha accettato? Chi, l’ingegnere? Mi ha abbracciato tanto era contento. E’ stata una manna per lui.
… e una bella gatta da pelare per il bisnonno. Ma era un buon uomo e poi, per fare contenta la sua Emma, avrebbe fatto questo ed altro.
L’ingegnere venne, la casa fu comperata e rimessa all’onor del mondo. Era grande e luminosa e aveva un’ala a torre. Quell’ala era stata separata dal resto della casa, lasciando un’unica porta di accesso a piano terra. I vetri delle finestre erano stati sostituiti con vetri opachi, in modo che la luce entrasse, ma che da fuori non si potesse vedere dentro. Tutte le stanze erano state dotate di grandi stufe, che avrebbero permesso ad Amelia di girare nuda anche in inverno senza rischiare la polmonite. In quell’ala sarebbero state sistemate le sue cose. Sarebbe stata la sua casa per il resto dei suoi giorni.
Quando tutto fu completato e i mobili, arrivati con una processione di carri da Milano, furono sistemati, arrivarono le due signorine. In una carrozza chiusa. Con le tendine.
Nonna era alla villa ad aspettarle con tutta la servitù. Andò loro incontro, gentile e sorridente. Vestita di rosa chiaro, con lo strangolino di perle e profumata di lavanda. Tranquilla, solare. Rassicurante. Le abbracciò e fece loro gli onori di casa. La villa era grande, ma non troppo, in una bella posizione a solatio. La servitù, scelta da lei, era fidata e seria. La cuoca ottima, come testimoniavano i profumi che filtravano dalla cucina.
Finito il giro della casa la bisnonna tornò a casa sua, le lasciò tranquille, a riprendersi della stanchezza del viaggio.
Da quel giorno, tutti i giorni finché vissero le signorine, una donna veniva dalla villa con una lettera per la nonna e tornava con una lettera leggermente profumata di lavanda per le signorine. Una volta al mese il landò portava la nonna in visita dalle sue amiche.
E proprio non riesco ad immaginarla, lei, con le sue gonne lunghe fino ai piedi, con i suoi strangolini di perle o di velluto, tutta pudica e contegnosa, tutta casa e chiesa, seduta tranquillamente a chiacchierare, bevendo una tazza di cioccolata, con le sue due amiche milanesi.
Clotilde, ogni giorno più incolore, rassegnata alla vita di clausura e Amelia… gloriosamente nuda.