martedì 21 maggio 2013

E per fortuna che c'è il riscaldamento globale!

Insomma, sono in Costa Brava, non al Polo Nord, eppure ho dovuto cedere e ieri, 20 maggio, ho riacceso il riscaldamento. In ritardo, perché sono testona e continuavo a dirmi, ma no dai, che il 20 di maggio non esiste che si accende il riscaldamento. Così oggi ho la febbre.

... vuoi vedere che hanno ragione i Russi e che stiamo andando verso una piccola glaciazione?

domenica 19 maggio 2013

Un'altra storia per voi

E' una storia vera, ma così vecchia che raccontandola non dò fastidio a nessuno e, naturalmente, ho cambiato i nomi...


La villa delle signorine Giussani

La bisnonna Emma aveva frequentato il collegio delle Orsoline. Felice di essere sfuggita all’atmosfera pesante di casa era rifiorita. Studiava, leggeva, ricamava, giocava. Si era fatta delle amiche!
Le sue migliori amiche erano due ragazzine di una ricca famiglia di Milano: le signorine Giussani. Erano due ragazze molto allegre, anche se un pochino strane, sempre una riga sopra al normale. O troppo allegre o troppo tristi.. Ma alla nonna, abituata a sua mamma ed a suo fratello, la cosa non disturbava. Per lei erano esotiche, affascinanti. Le raccontavano di Milano, delle luci, dei teatri, dei balli. Alla nonna sembravano fiabe e si divertiva moltissimo.
Erano, le due sorelle, sotto la tutela del fratello maggiore, figlio di primo letto del padre, un ingegnere che lavorava lontano, forse addirittura all’estero.
Si diceva al collegio che la loro madre, una donna bellissima, avesse fatto girare la testa al marito, uomo molto ricco, serio e posato, rimasto vedovo giovane con un bambino piccolo. L’uomo non aveva avuto pace finché non l’aveva sposata. Avevano vissuto felici per alcuni anni. Era una ragazza gentile e affettuosa con il figliastro. Aveva dato al marito una prima figlia, Clotilde, ma poi si era immalinconita e alla seconda gravidanza era impazzita. Sul come fosse impazzita e cosa avesse fatto, vigeva l’oscurità più assoluta. Anche sul perché le due ragazze fossero state messe in collegio a Verona, dove nessuno le conosceva e non avevano nessuno e non a Milano si fantasticava…
Passò felicemente qualche anno. Nonna venne richiamata a casa dal collegio quando cominciò ad insistere che voleva farsi monaca ed entrare nell’ordine delle Orsoline e non vide più le sue amiche. Però si scrivevano spesso e così l’amicizia continuava. Alla fine degli studi le due sorelle erano rientrate a Milano e lì avevano ripreso la vecchia vita.
La nonna si sposò ed invitò le amiche al suo matrimonio. Rispose la più grande, dicendo che la sorella stava male e, pur estremamente spiacente, non se la sentiva di lasciarla sola per andare al matrimonio. La nonna approvò, capiva la gentilezza d’animo e il senso di responsabilità di Clotilde. Ma era impensierita. Sentiva, sapeva, che c’era più di quanto le era stato detto. Anche nell’agitazione del suo cambiamento di vita, il pensiero di Clotilde e Amelia non la lasciava tranquilla. Ne parlò con il giovane marito.
Che per farla felice partì alla volta di Milano.
Tornò un poco teso. Non sapeva cosa fare ma alla fine risolse di dire ad Emma la verità. D’altra parte era quasi impossibile non dirle la verità. Lei sapeva sempre quando le si mentiva...
Emma, ecco, Amelia è malata, ma ha un male strano. Ha paura di morire e passa la giornata a pulire la casa, i mobili, i muri…insomma, a pulire tutto con l’acool per disinfettare. E, ecco, come ti posso dire. Sta nuda, proprio nuda sempre perché dice che i vestiti raccolgono i microbi. Non vuole più vedere nessuno, solo Clotilde, perché la gente potrebbe infettarla. E anche Clotilde prima di entrare nelle stanze di Amelia deve passarsi tutta con l’alcool, anche i vestiti...
La povera Clotilde non usciva più di casa perché temeva un gesto inconsulto della sorella. E poi non si fidava della servitù.
Il fratello non sapeva che fare. Lui non era spesso a Milano, per via del lavoro e non era mai tranquillo, temeva sempre che potesse succedere qualche cosa. Qualsiasi cosa.
La nonna non fece una piega. Una tutta chiesa come lei, sempre vissuta tra quattro pareti, ci  si sarebbe aspettato che desse in escandescenze. E invece chiese al marito. Possiamo aiutarli?
Il nonno Piero disse si, penso di si. Ho proposto all’ingegnere di comperare quella villa su in collina. La servitù la troviamo noi, io gli seguo i lavori di ripristino della casa e ci prendiamo cura delle due ragazze noi.
Qui non saranno sole.
Ha accettato? Chi, l’ingegnere? Mi ha abbracciato tanto era contento. E’ stata una manna per lui.
… e una bella gatta da pelare per il bisnonno. Ma era un buon uomo e poi, per fare contenta la sua Emma, avrebbe fatto questo ed altro.
L’ingegnere venne, la casa fu comperata e rimessa all’onor del mondo. Era grande e luminosa e aveva un’ala a torre. Quell’ala era stata separata dal resto della casa, lasciando un’unica porta di accesso a piano terra. I vetri delle finestre erano stati sostituiti con vetri opachi, in modo che la luce entrasse, ma che da fuori non si potesse vedere dentro. Tutte le stanze erano state dotate di grandi stufe, che avrebbero permesso ad Amelia di girare nuda anche in inverno senza rischiare la polmonite. In quell’ala sarebbero state sistemate le sue cose. Sarebbe stata la sua casa per il resto dei suoi giorni.
Quando tutto fu completato e i mobili, arrivati con una processione di carri da Milano, furono sistemati, arrivarono le due signorine. In una carrozza chiusa. Con le tendine.
Nonna era alla villa ad aspettarle con tutta la servitù. Andò loro incontro, gentile e sorridente. Vestita di rosa chiaro, con lo strangolino di perle e profumata di lavanda. Tranquilla, solare. Rassicurante. Le abbracciò e fece loro gli onori di casa. La villa era grande, ma non troppo, in una bella posizione a solatio. La servitù, scelta da lei, era fidata e seria. La cuoca ottima, come testimoniavano i profumi che filtravano dalla cucina.
Finito il giro della casa la bisnonna tornò a casa sua, le lasciò tranquille, a riprendersi della stanchezza del viaggio.
Da quel giorno, tutti i giorni finché vissero le signorine, una donna veniva dalla villa con una lettera per la nonna e tornava con una lettera leggermente profumata di lavanda per le signorine. Una volta al mese il landò portava la nonna in visita dalle sue amiche. 
E proprio non riesco ad immaginarla, lei, con le sue gonne  lunghe fino ai piedi, con i suoi strangolini di perle o di velluto, tutta pudica e contegnosa, tutta casa e chiesa, seduta tranquillamente a chiacchierare, bevendo una tazza di cioccolata, con le sue due amiche milanesi. 
Clotilde, ogni giorno più incolore, rassegnata alla vita di clausura e Amelia… gloriosamente nuda.

sabato 18 maggio 2013

Vivere in accordo a quello in cui si crede

Più passano gli anni e più mi rendo conto quanto impegno richieda il vivere secondo i propri principi e quanto ne serva per parlare in accordo al proprio sentire.
Non sempre ci si allontana da questa linea per pigrizia o malafede, a volte ci si lascia intimidire dagli altri che sono più assertivi di noi. Oppure la vita non ci permette di essere totalmente coerenti. O cediamo per auto difesa davanti alla violenza o alla malignità degli avversari.
Eppure, per essere in pace con sé stessi non esiste altra strada. Anche perché, sembra un paradosso ma non lo è, se si è coerenti si è anche più disposti a cambiare, quando ci si rende conto di essere in errore.
E' molto più difficile per una mente agitata, piena di fratture tra ciò che pensa, ciò che dice e ciò che poi, alla fine, realmente mette in pratica, fare spazio e valutare i propri errori.
Così io che sono la fragilità fatta persona, sto cercando di mettere in pratica quello in cui credo, faticosamente, giorno per giorno, e cerco di adeguare il mio pensiero e quello che dico. Senza smettere di valutare gli impulsi che mi arrivano dall'esterno, sempre mettendo in forse la giustezza dei risultati già raggiunti. E quando la violenza esterna mi spaventa o mi urta, semplicemente scivolo via, lasciando la violenza ai violenti, che se la godano loro.
Una fatica!
Però qualche piccolo risultato, dopo tanti anni, comincio ad ottenerlo. E son soddisfazioni!


p.s. Che sono fragile non lo considero un'attenuante. E' solo una sfiga. Scusate il mio francese!

venerdì 17 maggio 2013

Religioni e cucina

Nel lontano 1979 ad Urbino, un mio amico calabrese, totalmente matto, si stava laureando in sociologia, con una tesi sulle le religioni comparate.
Ad Urbino, in quegli anni, c'era gente di tutti i tipi e di tutti i paesi che frequentava l'università, così il mio amico Mimmo aveva deciso di fare una ricerca sul campo. Sapeva che io faticavo a mettere insieme il pranzo con la cena, così mi fece una proposta: lui pagava i rifornimenti (molti li portava da casa sua, di un buono...) ed un minimo per coprire le spese di gas e detersivo per lavare i piatti. Io cucinavo e gli avanzi erano miei.
Siccome mi dava i soldi in anticipo, mi alzavo alle 5 del mattino per essere al mercato dei contadini fuori porta, quando ancora non c'era nessuno (specialmente in inverno con le strade ghiacciate). Così con il budget che avevo, riuscivo a comperare un po'più di verdure e di uova. Che voleva dire che per due o tre giorni avrei avuto da mangiare senza problemi.
Poi, completamente intirizzita, andavo a casa e mi mettevo a cucinare. La sera sarebbero arrivati gli "ospiti" che avrebbero aiutato Mimmo per la sua tesi. In cambio di una cena succulenta.
Visualizzate una cucina piccola, senza nemmeno un lavello (l'acqua la dovevo prendere in bagno e pure i piatti li lavavo nella vasca, per fortuna anche le mie coinquiline facevano uguale...). Con un camino enorme ma con la cappa murata. Un vecchio tavolo di formica nel mezzo e qualche panca sbilenca per sedersi. Un fornello miserabile, poche padelle e due pentole completavano l'equipaggiamento.
Verso le sette, ad Urbino, in quegli anni, era l'ora normale per la cena, cominciavano ad arrivare gli ospiti, alla spicciolata. Mimmo era severissimo, prima si discuteva e DOPO si sarebbe cenato.
Immaginate la cucina buietta, illuminata da una lampadina da 40 candele e un mucchio di gente che avrebbe dovuto discutere di religioni comparate... Avevamo due palestinesi, uno mussulmano e uno cristiano maronita... mettevamo almeno tre persone fra di loro per essere sicuri che non si scannassero. Poi c'erano cristiani ortodossi (greci), cattolici, mussulmani sunniti e sciiti, la mia ex compagna di stanza bahai, dei buffi Hare Krishna e un paio di seri buddhisti zen. Ah, dimenticavo il gruppo ebraico, due ortodossi e uno ateo. Si, perché Mimmo pensava che anche gli atei servivano per la sua tesi.
Io ero ai fornelli e Mimmo faceva domande al gruppo e li faceva interagire. Un paio di volte ho pensato che stessero per scannarsi (ma ero sempre attenta a non lasciare mai coltelli in giro. Si, vabbé, lo ammetto, di coltelli ne avevo solo uno e serviva a me per cucinare... ma insomma...).
Li lasciavo fare, in fondo, magari a Mimmo le liti facevano comodo, imparava di più, ma quando stavano esagerando piazzavo sul tavolo la zuppiera e dicevo: chi vuole litigare è pregato di andare in strada. Se invece volete mangiare siete i benvenuti ma siate gentili gli uni con gli altri: questa è la mia cucina, e qui non si litiga, va bene?
Il profumo della pasta (al forno o non), delle frittate ripiene, delle verdure e del pane fatto in casa hanno sempre funzionato. Si calmavano di botto (e lì mi sono convinta del potere taumaturgico della buona cucina). Si passavano i piatti cortesemente, ridevano scherzavano.
Tutti amici. Non sono mai andati via prima di mezzanotte (per gli standard urbinati dell'epoca era l'equivalente dell'alba).
Bei tempi.


mercoledì 15 maggio 2013

Cura per i momenti di stress: fare la marmellata di arance

Oggi mi sono alzata nervosa. Per una serie di motivi anche pesanti.
Insomma, non di quelle cose che dici: chi se ne frega. No, decisamente non è così.
Per fortuna che l'altro ieri ho trovato delle arance non trattate così mi sono messa a fare la marmellata. C'è qualcosa di rilassante nel prendere la spazzolina giapponese (che ho da un tempo senza inizio) e pulire con calma le arance. Poi sbucciarle, sempre dandomi tutto il tempo necessario, stando attenta di togliere le parti macchiate delle bucce, come se farlo fosse un regalo a me stessa, mentre un profumo di agrumi si spande per la casa.
C'è qualche cosa di rassicurante nel seguire la vecchia ricetta, aspettando che per tre volte l'acqua bolla, seduta al computer con una tazza di tè in mano.
Le bucce si ammorbidiscono ad ogni passaggio e la cucina profuma sempre di più. Mentre tolgo dalla pentola le bucce con la schiumarola, per metterle a raffreddare nell'acqua ghiacciata, mi ricordo di quando, con mamma e la sua amica inglese, l'abbiamo fatta per la prima volta, questa marmellata. Che da noi in Veneto non usavano le marmellate di agrumi, ma mamma ne andava matta.
Sembrava impossibile che quel succo così liquido si sarebbe trasformato in qualche cosa di spalmabile. Allora non c'erano alchimie di pectine, agar agar... c'era la frutta e c'era lo zucchero.
Come stamattina.
Buona giornata a tutti!

martedì 14 maggio 2013

Una, una sola per ogni generazione

Mi è stato chiesto di spiegare meglio la cosa della famiglia di streghe.
Premetto che non ho idea di quando la faccenda sia cominciata, dove, come e perché. So solo che nella famiglia di mia mamma, una e una sola per ogni generazione e in linea diretta (da madre a figlia) aveva un dono (o, per alcuni versi, una maledizione).
Ognuna di noi lo ha avuto in maniera diversa e ognuna di noi ha scelto di usare il dono che aveva a modo suo.
La trisavola Celeste lo usava per il suo potere personale, la bisnonna Emma per curare, la nonna Rita non si sa, è morta proprio quando il "dono" si manifesta, intorno al trentesimo anno di età. Mia mamma lo ha usato per capire le persone ed aiutarle: i suoi scolari innanzitutto. Guardava una persona ed era come se le leggesse dentro. Poteva dirti vita morte e miracoli di chiunque. Spesso aveva delle visioni del futuro delle persone. E poi sapeva sempre, ma questo aspetto lo abbiamo tutte, in una maniera od in un'altra, quando una morte stava per colpire la famiglia. Si alzava la mattina e cominciava a dire, Ah, povera Anna, povera Anna. Ma come povera, mamma, le sta andando tutto bene. Ma lei non mi badava, povera Anna diceva, ho visto i fantasmi dei morti che mi parlavano di lei.
E nel pomeriggio ci chiamavano dicendo che la zia Anna era morta in un disastro ferroviario.

Era una mamma meravigliosa. Non si è mai lamentata di avere una figlia strana come me, mi capiva. Ci capivamo al volo, dividevamo segreti, risate, affetto, interessi, curiosità. Ci volevamo un gran bene. Mi manca tanto.

La più, come dire, difficile della serie credo di essere stata io. Mi faceva paura il "dono". La storia della nonna Celeste era come un incubo. Mi ricordo quando facevo compagnia alla nonna Emma, lei più che novantenne e io meno di cinque anni (eppure lo ricordo in modo chiaro) quando mi raccontava la storia di sua mamma e mi diceva: non bisogna mai maledire Nina, perché è male e poi torna sempre indietro. E poi ricordo quando la mamma si svegliava e piangeva perché sarebbe morto qualcuno. O quando guardava una persona e diceva: non mi piace perché... e io sapevo che lei, quella persona, era la prima volta che la vedeva. E ne sapeva il dritto e il rovescio e se si poteva farne qualcosa o no.
Si, da un lato mi attirava questa cosa, ma ne ero oscuramente spaventata.
Già ero strana, dicevo cose che gli altri bambini non pensavano né dicevano. E' vero che ero la bisnipotina adorata della nonna Emma, ma, in compenso, avevo sentito il nonno Giovanni dire a mia mamma: mi fa paura la Nicola, dice cose strane. E mia mamma che gli rispondeva: cattive? No, no, Franca, non cattive, ma cose che uno non si aspetta di sentir dire da una bambina di pochi anni. Mi dice cose, mi fa domande a cui non so rispondere. I miei altri nipoti non sono così. Non volevo essere strana. Non volevo essere diversa.
Una volta, poi, a casa di certi zii, una villa del 1400, sulle scale, all'imbrunire, avevo visto un'ombra. L'ombra di un con un mantello addosso, per un momento era stato così reale che avevo creduto fosse un uomo in carne ed ossa, poi avevo capito che era un'ombra. Avevo raggiunto la mamma in camera terrorizzata: perché trasudava malignità. Lei mi aveva calmata, dicendo che le ombre non possono fare del male. Però mi aveva raccomandato di evitare le scale a quell'ora. Aveva aggiunto: non parlarne con nessuno, sono cose nostre, gli altri non le possono vedere.
Anni dopo ho scoperto che esattamente in quel punto della scala, all'imbrunire, nel sedicesimo secolo, era stato ucciso qualcuno a stilettate. La scala poi, scendeva fino al livello delle cantine che erano un labirinto (devo raccontarvi prima o poi la storia delle armi nascoste nelle cantine) semi diroccato, che, però, ancora collegava la casa alla cripta della chiesetta, dove erano sepolti parecchi antenati. Tutti ingredienti perfetti per una storia da brivido. Solo che erano veri.

Insomma, tutte queste cose, mi avevano resa molto diffidente. Avevo creato come un blocco al "dono".
Ma si sa che non si può scampare al proprio destino...

lunedì 13 maggio 2013

Il miracolo di Purun Bhagat

Era il lontano 1967 e l'architetto che stava progettando la nostra casa mi ha regalato i due libri della Jungla di Kipling. Me ne sono innamorata.
Il racconto che mi piaceva di più e che ho letto infinite volte era quello del "Il miracolo di Purun Bhagat". Mia mamma trovava strano che una bambina di sette anni amasse proprio quel racconto.
E' una storia molto indiana. Il ministro di un maharaja, arrivato ad una certa età, molla tutto e diventa un sannyasi.
Adoravo quella storia. Mi sembrava bellissima. Trovavo che Purun Bhagat fosse fantastico.

Poi, da adulta, ho scoperto che in India queste cose succedono veramente.

Avevamo un amico indiano che faceva business. Era sincero in maniera devastante. Ci diceva, quando penso ad un guadagno mi viene letteralmente l'acquolina in bocca, e deglutiva, pensando a possibili affari. Aveva sempre lavorato duro. La sua famiglia aveva un business molto ben avviato in Buthan, poi un giorno il re del Buthan aveva deciso che non voleva indiani a fare affari nel paese (mi immagino i montanari buthanesi con le lenze indiane) e li aveva buttati fuori dal paese senza tanti complimenti. Hanno perso tutto.
Così lui si era buttato a lavorare, lavorare, lavorare. Con il senso dell'affare tipico dell'indiano si era risollevato ed era riuscito a diventare decisamamente molto benestante.
Un giorno andiamo a trovarlo in negozio e invece che trovarlo, come al solito, seduto sul divano-materasso, coperto da una bella stoffa antica, ogni volta diversa (amava circondarsi di cose belle) troviamo il figlio. Che si mostra molto reticente. Dopo qualche mese torniamo e il nostro amico c'è.
Stava dividendo la sua vita tra l'ashram di uno yogi e il negozio, in attesa di passare le consegne al figlio e di abbandonare tutto per diventare un sannyasi.
Ed era così felice. In tanti anni non lo evevamo mai visto così rilassato e contento. Finalmente il peso della sua vita, degli affari, dei soldi, dell'avidità, gli stavano scivolando via dalle spalle come un peso.
Si sentiva libero. Stava preparamdosi a rinunciare a tutto: famiglia, soldi, posizione, per vivere in un ashram, con nessun possesso personale. Solo i vestiti e la ciotola.

Col passare degli anni lo penso sempre più spesso e capisco sempre meglio quello che lo ha portato a fare un passo così importante.
A volte sogno un monastero, abbarbicato su una montagna. Una stanza spoglia e tanta pace.