Prima che leggiate il post sappiate che sto bene (oddio che bello! Non mi ricordavo più come fosse respirare quasi bene!!!). E sono in Catalunya!
No comment (perché un commento verrebbe, per forza di cose, non degno di una signora educata della mia età, ma di uno scaricatore di porto i....to nero).
Insomma, eravamo a Bogotà da due giorni e mezzo e l’inquinamento sommato ai 2600 mt di altitudine mi avevano stesa (senza contare i giorni da incubo precedenti). Respiravo con molta fatica, il mal di testa era peggiorato sensibilmente e spesso avevo sintomi da pre-svenimento.
Finalmente, terminato quello che dovevamo fare, andiamo all’aeroporto e la tizia del check-in ci fa: ma sul vostro visto non c’è l’autorizzazione per uscire dal paese xy dell’ufficio yz. Oddio, vuoi vedere che in questo paese del cavolo pretendono che gli stranieri con visto lungo chiedano in carta bollata il permesso di uscire dal paese? (con la Colombia non si sa mai). Panico.
Poi la tizia ci ripensa su e fa, no, non vi serve, possiamo fare il check in. Sospiro di sollievo.
Controllo passaporti ok.
Passiamo al controllo bagagli a mano. Tutte poliziotte (femmine). Arrogantissime. Una, segnando con le mani una dimensione tipo Kindle o più grande, mi fa, ha per caso una cosa di metallo o di vetro di queste dimensioni nella borsa? Io tiro fuori il Kindle. No, non questo. Svuoto la borsa e, come può vedere anche lei, di quelle dimensioni non c’è altro a parte le mie sadhane. Libri: di carta.
Insiste e io le sciorino di nuovo tutto davanti agli occhi. Comincio ad essere preoccupata e la mancanza di respiro, condita da mal di testa, la nausea e ronzio alle orecchie, non aiuta. La tizia insiste con impazienza, piuttosto incavolata, come se io mi rifiutassi di collaborare. Ma io non capisco, non ho cose di metallo o vetro così grandi in borsa. Poi, finalmente, dopo che per la quarta volta le ho svuotato la borsa davanti, mi trascina davanti al monitor e mi fa vedere un’immagine di cm 5x8... e io faccio! Si, certo, sono delle immagini di Buddha in metallo. Le tiro fuori, solo che erano chiuse in un astuccio sigillato di tela. Le protezioni tibetane sono fatte così.
La tizia, che comincia ad essere seriamente furente con me, mi fa durissima: apra il pacchetto. E io: come faccio? non ho forbici né coltelli, come lei ben sa è proibito... lei insiste, sempre più rabbiosa, ma io come faccio ad aprire un pacchetto cucito con le mani nude???? e poi è una cosa benedetta, io non la apro. Capisco che qui siete cattolici, io sono buddhista. Se vuole aprire la protezione e prendersi le interferenze lo faccia lei. Lei mi ride dietro, da cattiva, ma chiama il capo, e anche lui mi fa: apra. Gli faccio notare che è cucito. E lui insiste: lo apra. E io, guardi, l’autorizzo ad aprirla lei. Si procuri delle forbici o un coltello, io non ne ho, e lo apra. Lui è preoccupato, ma le poliziotte gli stanno ridendo dietro e lui va a procurarsi delle forbici. Intanto arriva Dario (che era passato da un altro check ed era preoccupatissimo per me). Il tizio torna e mi passa le forbici: lo apra. Mi spiace, gli fa Dario, ma io le interferenze non le voglio e nemmeno mia moglie, lei vuole la protezione aperta? La apra lei. Io no di sicuro e mia moglie nemmeno. Il tipo tentenna e poi, presa l’eroica decisione, impugna le forbici e taglia il pacchetto. All’interno, protette da della plastichina ci sono le immagini di Buddha. Io gli faccio: se vuole apra anche la plastica. Ma lui mi ficca in mano la protezione distrutta e se ne va dicendo, no, no, non serve.
A questo punto sto davvero male. Ho una nausea quasi insosteniblie e sono fradicia di sudore gelido
Ma, insomma, pensavamo che fosse finita lì.
Invece arriviamo al boarding che io mi sento malissimo, prossima ad uno svenimento. Un idiota aggressivo ci chiama e ci fa: chi è Nicoletta Sauro? Io. Deve andare al check, che la dogana vuole aprire i suoi bagagli. Dario mi fa, tu stai male, vado io.
E sparisce con il tizio odioso.
Resto sola. Sudori freddi, nausea, ronzio alle orecchie, mal di testa da orrore. So per esperienza che sto per svenire. Cerco di reggere, ma mi sento sempre peggio. Intanto è passata mezz’ora. Vado al boarding e chiedo alla tizia dov’è mio marito, che mi sento male ho bisogno di lui. Lei mi guarda gelida e mi fa, ma torna, torna. Io insisto, sto male, ho un attacco di cuore, non posso restare sola. E lei, ma insomma, lo capisce che torna. Con aria seccatissima.
Intanto il ronzio alle orecchie e la nausea aumentano e mi sento svenire, cerco di aggrapparmi al bancone e lei arretra con un’espressione di disgusto dipinta in faccia. Io svengo. Mentre svengo vedo lei che schifata si allontana. Come se io fossi una cosa immonda.
Rinvengo che sono per terra, una nausea nera, il braccio destro che mi fa un male becco (devo aver sbattuto) e vedo, seduto per terra, lo steward della Iberia (spagnolo) che mi alza le gambe (corretto) per far fluire il sangue alla testa. La quale testa, scopro dopo, è sorretta da una hostess attempata sempre spagnola dell’Iberia, che si è seduta per terra per tenermi la testa sulle sue gambe. Intorno un mucchio di colombiani e le aggressive signorine colombiane dell’iberia che mi guardano curiosi, senza fare una mazza.
La hostess spagnola si mette a urlare: ma lasciatela respirare no? Lo steward aggiunge: indietrooooo!!! Se volete essere utili portatele un bicchiere d’acqua. La hostess mi ascolta il polso e mi fa: sta meglio vero signora? Si, sto meglio. Grazie! E lei, fossero meno tontos gli chiederei di portarmi una pezzuola bagnata, ha la fronte che scotta, ma so per esperienza che qui è inutile chiedere una cosa così complicata.
Nel frattempo Dario arriva, gli spagnoli devono salire sull’aereo per accogliere i passeggeri. Sembra tutto tranquillo. Invece le colombiane ci bloccano: non posso salire senza autorizzazione medica. Dario insiste che firmiamo una carta di responsabilità. Le colombiane non mollano. Il medico non si presenta.
Ormai tutti i passeggeri sono saliti e noi no. Io crollo, terrorizzata di restare un altro giorno (o giorni?) a Bogotà, sicura che mi stenderebbe. Dario litiga. Poi, grazie al cielo, chiamano dall’aereo, è lo steward spagnolo, si assume lui la responsabilità (mi aveva chiesto se me la sentivo di volare e io gli avevo spiegato che quello che eventualmente poteva ammazzarmi era restare a Bogotà, che anche solo l’ossigeno e la pressurizzazione dell’aereo mi avrebbero aiutata) di farmi imbarcare. Miracolosamente compare un modulo di responsabilità, nelle mani delle colombiane, che io firmo, anche se con mano malferma.
Una colombiana che mi guarda schifata e cerca di stare il più lontana possibile da me, come se avessi una qualche malattia infettiva inconfessabile, ci fa strada verso l’aereo. Io barcollo ma vado, seguita da Dario carico di borse e computer. C’è la coda. La colombiana, seccatissima, si mette ad aspettare e Dario furibondo le dice: ma come, in tutto il mondo una persona che sta male ha la precedenza e qui in Colombia pretendete che mia moglie, dopo un attacco di cuore dovuto alla vostra aggressività, stia in piedi in coda? Ma siete pazzi? La tizia sbuffa, ma, alla fine (Dario quando si arrabbia davvero ottiene molto), ci fa strada verso l’aereo. Ma ci fa aspettare fuori. In piedi. Io mi siedo per terra. Sto male. Un poliziotto colombiano ci fa spostare. Dario si incazza. Chiamano lo steward spagnolo che, tutto teso mi fa, io le credo, ma me lo giura che pensa di farcela? Perché se si sente male in volo dobbiamo tornare a Bogotà.
Io mi metto la mano sul cuore e gli dico seria, sapendo di cosa sto parlando: se lei mi fa salire su questo aereo mi regala un poca di vita. Lui è teso ma ferma la fila e ci fa salire.
Collasso tutta contenta, anche se malconcia, sul sedile. Di fianco a me l’impagabile marito.
La hostess che mi aveva sorretto la testa passa e mi abbraccia.
L’aereo decolla.
Dopo mezz’ora comincio a sentirmi meglio. Il mal di testa e la nausea sono scomparsi, la difficoltà di respirazione diminuisce. Stupendo!
Ogni tanto qualcuno dell’equipaggio passa per vedere come sto. Sto meglio! Grazie!!!!!
Ad un’ora dal decollo passa anche lo steward. Lo ringrazio dal profondo del cuore e lui, tutto contendo mi fa: siamo a 1800 mt di altitudine!
Il resto del volo l’ho passato dormendo.
L’arrivo a Madrid prima e Barcellona, poi è stato bello. Nessun casino di dogana. Tutti gentili.
Adesso sono a letto in un hotel di Girona dopo un’ottima cena annaffiata da del buon vino rosso (Ming me lo consigliava sempre per il cuore). Prima di cena ho fatto un lussuoso e lunghissimo bagno bollente. Adesso pubblico questo post e poi... nanna!!!!!!!
Domani relax, dopodomani...pure. Da lunedì si cerca l’appartamento da affittare.
Good night Catalunya!
No comment (perché un commento verrebbe, per forza di cose, non degno di una signora educata della mia età, ma di uno scaricatore di porto i....to nero).
Insomma, eravamo a Bogotà da due giorni e mezzo e l’inquinamento sommato ai 2600 mt di altitudine mi avevano stesa (senza contare i giorni da incubo precedenti). Respiravo con molta fatica, il mal di testa era peggiorato sensibilmente e spesso avevo sintomi da pre-svenimento.
Finalmente, terminato quello che dovevamo fare, andiamo all’aeroporto e la tizia del check-in ci fa: ma sul vostro visto non c’è l’autorizzazione per uscire dal paese xy dell’ufficio yz. Oddio, vuoi vedere che in questo paese del cavolo pretendono che gli stranieri con visto lungo chiedano in carta bollata il permesso di uscire dal paese? (con la Colombia non si sa mai). Panico.
Poi la tizia ci ripensa su e fa, no, non vi serve, possiamo fare il check in. Sospiro di sollievo.
Controllo passaporti ok.
Passiamo al controllo bagagli a mano. Tutte poliziotte (femmine). Arrogantissime. Una, segnando con le mani una dimensione tipo Kindle o più grande, mi fa, ha per caso una cosa di metallo o di vetro di queste dimensioni nella borsa? Io tiro fuori il Kindle. No, non questo. Svuoto la borsa e, come può vedere anche lei, di quelle dimensioni non c’è altro a parte le mie sadhane. Libri: di carta.
Insiste e io le sciorino di nuovo tutto davanti agli occhi. Comincio ad essere preoccupata e la mancanza di respiro, condita da mal di testa, la nausea e ronzio alle orecchie, non aiuta. La tizia insiste con impazienza, piuttosto incavolata, come se io mi rifiutassi di collaborare. Ma io non capisco, non ho cose di metallo o vetro così grandi in borsa. Poi, finalmente, dopo che per la quarta volta le ho svuotato la borsa davanti, mi trascina davanti al monitor e mi fa vedere un’immagine di cm 5x8... e io faccio! Si, certo, sono delle immagini di Buddha in metallo. Le tiro fuori, solo che erano chiuse in un astuccio sigillato di tela. Le protezioni tibetane sono fatte così.
La tizia, che comincia ad essere seriamente furente con me, mi fa durissima: apra il pacchetto. E io: come faccio? non ho forbici né coltelli, come lei ben sa è proibito... lei insiste, sempre più rabbiosa, ma io come faccio ad aprire un pacchetto cucito con le mani nude???? e poi è una cosa benedetta, io non la apro. Capisco che qui siete cattolici, io sono buddhista. Se vuole aprire la protezione e prendersi le interferenze lo faccia lei. Lei mi ride dietro, da cattiva, ma chiama il capo, e anche lui mi fa: apra. Gli faccio notare che è cucito. E lui insiste: lo apra. E io, guardi, l’autorizzo ad aprirla lei. Si procuri delle forbici o un coltello, io non ne ho, e lo apra. Lui è preoccupato, ma le poliziotte gli stanno ridendo dietro e lui va a procurarsi delle forbici. Intanto arriva Dario (che era passato da un altro check ed era preoccupatissimo per me). Il tizio torna e mi passa le forbici: lo apra. Mi spiace, gli fa Dario, ma io le interferenze non le voglio e nemmeno mia moglie, lei vuole la protezione aperta? La apra lei. Io no di sicuro e mia moglie nemmeno. Il tipo tentenna e poi, presa l’eroica decisione, impugna le forbici e taglia il pacchetto. All’interno, protette da della plastichina ci sono le immagini di Buddha. Io gli faccio: se vuole apra anche la plastica. Ma lui mi ficca in mano la protezione distrutta e se ne va dicendo, no, no, non serve.
A questo punto sto davvero male. Ho una nausea quasi insosteniblie e sono fradicia di sudore gelido
Ma, insomma, pensavamo che fosse finita lì.
Invece arriviamo al boarding che io mi sento malissimo, prossima ad uno svenimento. Un idiota aggressivo ci chiama e ci fa: chi è Nicoletta Sauro? Io. Deve andare al check, che la dogana vuole aprire i suoi bagagli. Dario mi fa, tu stai male, vado io.
E sparisce con il tizio odioso.
Resto sola. Sudori freddi, nausea, ronzio alle orecchie, mal di testa da orrore. So per esperienza che sto per svenire. Cerco di reggere, ma mi sento sempre peggio. Intanto è passata mezz’ora. Vado al boarding e chiedo alla tizia dov’è mio marito, che mi sento male ho bisogno di lui. Lei mi guarda gelida e mi fa, ma torna, torna. Io insisto, sto male, ho un attacco di cuore, non posso restare sola. E lei, ma insomma, lo capisce che torna. Con aria seccatissima.
Intanto il ronzio alle orecchie e la nausea aumentano e mi sento svenire, cerco di aggrapparmi al bancone e lei arretra con un’espressione di disgusto dipinta in faccia. Io svengo. Mentre svengo vedo lei che schifata si allontana. Come se io fossi una cosa immonda.
Rinvengo che sono per terra, una nausea nera, il braccio destro che mi fa un male becco (devo aver sbattuto) e vedo, seduto per terra, lo steward della Iberia (spagnolo) che mi alza le gambe (corretto) per far fluire il sangue alla testa. La quale testa, scopro dopo, è sorretta da una hostess attempata sempre spagnola dell’Iberia, che si è seduta per terra per tenermi la testa sulle sue gambe. Intorno un mucchio di colombiani e le aggressive signorine colombiane dell’iberia che mi guardano curiosi, senza fare una mazza.
La hostess spagnola si mette a urlare: ma lasciatela respirare no? Lo steward aggiunge: indietrooooo!!! Se volete essere utili portatele un bicchiere d’acqua. La hostess mi ascolta il polso e mi fa: sta meglio vero signora? Si, sto meglio. Grazie! E lei, fossero meno tontos gli chiederei di portarmi una pezzuola bagnata, ha la fronte che scotta, ma so per esperienza che qui è inutile chiedere una cosa così complicata.
Nel frattempo Dario arriva, gli spagnoli devono salire sull’aereo per accogliere i passeggeri. Sembra tutto tranquillo. Invece le colombiane ci bloccano: non posso salire senza autorizzazione medica. Dario insiste che firmiamo una carta di responsabilità. Le colombiane non mollano. Il medico non si presenta.
Ormai tutti i passeggeri sono saliti e noi no. Io crollo, terrorizzata di restare un altro giorno (o giorni?) a Bogotà, sicura che mi stenderebbe. Dario litiga. Poi, grazie al cielo, chiamano dall’aereo, è lo steward spagnolo, si assume lui la responsabilità (mi aveva chiesto se me la sentivo di volare e io gli avevo spiegato che quello che eventualmente poteva ammazzarmi era restare a Bogotà, che anche solo l’ossigeno e la pressurizzazione dell’aereo mi avrebbero aiutata) di farmi imbarcare. Miracolosamente compare un modulo di responsabilità, nelle mani delle colombiane, che io firmo, anche se con mano malferma.
Una colombiana che mi guarda schifata e cerca di stare il più lontana possibile da me, come se avessi una qualche malattia infettiva inconfessabile, ci fa strada verso l’aereo. Io barcollo ma vado, seguita da Dario carico di borse e computer. C’è la coda. La colombiana, seccatissima, si mette ad aspettare e Dario furibondo le dice: ma come, in tutto il mondo una persona che sta male ha la precedenza e qui in Colombia pretendete che mia moglie, dopo un attacco di cuore dovuto alla vostra aggressività, stia in piedi in coda? Ma siete pazzi? La tizia sbuffa, ma, alla fine (Dario quando si arrabbia davvero ottiene molto), ci fa strada verso l’aereo. Ma ci fa aspettare fuori. In piedi. Io mi siedo per terra. Sto male. Un poliziotto colombiano ci fa spostare. Dario si incazza. Chiamano lo steward spagnolo che, tutto teso mi fa, io le credo, ma me lo giura che pensa di farcela? Perché se si sente male in volo dobbiamo tornare a Bogotà.
Io mi metto la mano sul cuore e gli dico seria, sapendo di cosa sto parlando: se lei mi fa salire su questo aereo mi regala un poca di vita. Lui è teso ma ferma la fila e ci fa salire.
Collasso tutta contenta, anche se malconcia, sul sedile. Di fianco a me l’impagabile marito.
La hostess che mi aveva sorretto la testa passa e mi abbraccia.
L’aereo decolla.
Dopo mezz’ora comincio a sentirmi meglio. Il mal di testa e la nausea sono scomparsi, la difficoltà di respirazione diminuisce. Stupendo!
Ogni tanto qualcuno dell’equipaggio passa per vedere come sto. Sto meglio! Grazie!!!!!
Ad un’ora dal decollo passa anche lo steward. Lo ringrazio dal profondo del cuore e lui, tutto contendo mi fa: siamo a 1800 mt di altitudine!
Il resto del volo l’ho passato dormendo.
L’arrivo a Madrid prima e Barcellona, poi è stato bello. Nessun casino di dogana. Tutti gentili.
Adesso sono a letto in un hotel di Girona dopo un’ottima cena annaffiata da del buon vino rosso (Ming me lo consigliava sempre per il cuore). Prima di cena ho fatto un lussuoso e lunghissimo bagno bollente. Adesso pubblico questo post e poi... nanna!!!!!!!
Domani relax, dopodomani...pure. Da lunedì si cerca l’appartamento da affittare.
Good night Catalunya!
11 commenti:
grazie a Dio tutto ok , ma mi hai fatto stare in pena ogni singola parola del post...
Mamma mia!! Lieta che sei arrivata sana e salva, ma che rabbia!! Pazzi furiosi e arroganti, porca miseria!! Però, ora riguardati e rilassati in questa vacanza europea. L'incubo è finito. Se può valere, ti abbraccio e ti auguro ogni bene!
Bentornata in Europa Niky Siamo vicine di casa ora :-D
Benvenuta in Spagna! Incubo finitoooooooo!
Niki! davvero non comment!!
meno male che sei fuggita da quel posto di matti.
Ti abbraccio anche io, come la hostess!
un sorriso
Finalmente......
"La Grande Fuga" da Niki Sauro! Mamma mia che storia... Sono felice che ce l'avete fatta!!! Pff....
@ Antonietta, per quello all'inizio ho messo: "Prima che leggiate il post sappiate che sto bene (oddio che bello! Non mi ricordavo più come fosse respirare quasi bene!!!). E sono in Catalunya!" Così non vi tenevo in sospeso. Sapessi che paura che ho avuto!
@ hottanta. COme ho detto: No comment. O trascenderei. DIre selvaggi è dire poco... ;-)
@ Giulia! Siiiiiii!!!!!!!!!!!!!! A presto!
@ Cecilia Christine, sai che anche a GIrona, lo proveremo, c'è un ottimo ristorante vegan? Con, pare una fantastica birra vegan artigianale? :-)
@ Valeria, sono a letto, rilassata, dopo un pranzo delizioso, fra poco usciamo (non ho ricordi...) per una passeggiata e poi ceniamo! LUSSSSSSOOOOOO!!!
@ Ade, concordo!
@ Proto, orrendo vero? Non mi era mai capitata un'uscita così orribile. Mai. Nemmeno nella Cina di 30 anni fa! Sconsiglio vivamente la Colombia, anche solo per una vacanza! :-D
Sono felice per te! Bentornata in Europa :)
Sono contenta che tu stia meglio.
Vi auguro di continuare così! (Se non sbaglio, avevate salutato la Spagna che non ne potevate più...forse volete darle una seconda chance?)
sono contenta che l'incubo sia finito. Evviva la spagna!
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